E adesso, come li facciamo tornare in ufficio?
È la domanda che si stanno ponendo molte aziende, senza ancora avere la risposta giusta. Ma forse è la domanda a essere sbagliata.
Casa VS Ufficio
Il dibattito è fermo al bilancio tra cosa abbiamo perso lavorando da casa (connessione, motivazione, senso di appartenenza, risate, salute mentale) e cosa abbiamo guadagnato (tempo, produttività, consapevolezza, responsabilità, risate, salute mentale). Sì, le voci che si ripetono lasciano intuire che la lista dei pro e dei contro, in questo caso, non funziona.
Perché ci ostiniamo su questa dicotomia?
Perché il lavoro, nella nostra cultura, è sempre stato un posto in cui si andava. E così tutti noi siamo tornati (chi saltuariamente, chi a giorni fissi, chi full time) in uffici esattamente identici a quelli di prima. Il nostro equipaggiamento? Una scrivania e un computer. Lo stesso che ci siamo procurati a casa. Quale motivazione potremmo mai avere a tornare in un ufficio così?
Come riformuliamo dunque la domanda?
Al posto di “come li facciamo tornare”, chiediamoci: “come usiamo lo spazio per dare ai lavoratori ciò che non hanno a casa?” Satya Natella, Ceo di Microsoft, dice una cosa interessante: «Lo spazio fisico è probabilmente ciò che, a partire dall'era industriale, abbiamo scoperto come il miglior strumento di produttività. Per oltre 200 anni abbiamo messo a punto il posto di lavoro, che si tratti di una linea di produzione, di un punto vendita al dettaglio o di un ufficio destinato ai lavori intellettuali, affinché guidasse la produttività tenendo le persone assieme, dando loro uno scopo comune, una missione, una connessione. Non possiamo barattare lo spazio con niente. Ma possiamo usarlo in modo tale da corrispondere alle aspettative dei nostri dipendenti e al compito da svolgere».
Cos’è che i lavoratori non hanno a casa?
L’effetto rete. A dirlo è Joseph Woodbury, co-fondatore e ceo di Neighbor: «L’innovazione spesso accade quando senti per caso alcuni colleghi discutere di una questione, durante rapide chiacchierate mentre si va a prendere l’ascensore o brevi dialoghi prima e dopo i meeting. Queste conversazioni di persona, in tempo reale, aiutano a far scorrere la creatività». In un pezzo che ha fatto scalpore, l’Economist sosteneva che questo effetto rete, inteso come cameratismo, complicità, consolazione, sollievo, fosse ancora più importante per le donne.
E allora come reinventiamo l’ufficio?
La sintesi di Alex Myers mi sembra piuttosto interessante. Qualche piccola anticipazione:
Marcare nettamente le differenze tra casa e ufficio. Se a casa l’isolamento e la concentrazione sono impareggiabili, in ufficio devono esserlo la collaborazione, l’apprendimento e lo sviluppo.
Il movimento è il nuovo comfort: bisogna fornire ambienti che non solo permettano ma incoraggino i movimenti. Altro che sedie ergonomiche!
Basta con i compromessi tra lavoro e vita privata: è il momento del work-life blend, ovvero un lavoro che arricchisca e rafforzi il nostro modo di vivere e viceversa.
Ma cambiare gli spazi non basta
Ci vuole una nuova leadership. Che ripensi le riunioni, come dicevamo settimana scorsa, che immerga i nuovi assunti nella cultura aziendale e che sia trasparente sulla propria strategia di ritorno al lavoro, cosa che pochissime aziende stanno facendo. Se cerchi ispirazione sulla leadership ideale per il nuovo lavoro ibrido, qui trovi cosa hanno fatto i grandi leader durante la pandemia, e che bisognerebbe continuare a fare a maggior ragione adesso.
“Da remoto” non significa “da soli”
Se anche tu, come me e la mia socia Montserrat, appartieni al club di chi è sopravvissuto al remote working organizzando sessioni di lavoro con gli amici, per avere «un barlume di speranza seduto accanto a te», come dice Beth Schinoff, professoressa presso la Carroll School of Management del Boston College, qui c’è una guida a come scegliere l’amico giusto. Due domande da farti innanzitutto: sono abbastanza vicina a questa persona da stabilire dei limiti? Se dovesse mettersi le cuffie e lavorare intensamente per un'ora senza parlare, andrebbe bene? E un consiglio niente male: fare un "contratto di co-working" davanti a un bicchiere di vino, in cui stabilire l’etichetta per le video call, le regole per le interruzioni e un codice condiviso per capire quando è giusto parlare e quando no.