La grande truffa della vocazione

La storia

Brian Nemhauser si è dimesso da Adobe all’età di 46 anni, dopo averne trascorsi 24 in azienda. Ha rinunciato a stipendio fisso, assistenza sanitaria, sicurezza per la famiglia. Ma anche a un team a cui teneva molto e a un prodotto la cui missione gli stava a cuore. E lo ha fatto correndo felice verso la porta di uscita dell’azienda.

È ancora felice?

Sì, ma non perché sta vivendo una vacanza permanente, come forse immaginava che avrebbe fatto. «Ci sono alcune verità fondamentali sulla gioia associata alla vacanza», scrive. Una di queste è che «ci deve essere qualcosa da cui ti stai prendendo una pausa». Altrimenti è come un pasto quando sei sazio, un pisolino quando sei arzillo... «Molti dei piaceri della vita si basano su una sorta di sollievo dal disagio».

E allora perché è felice?

Perché in soli sei mesi da disoccupato, ha una nuova prospettiva sul ruolo che il lavoro ha nella sua identità personale. Si è chiarito le idee su ciò di cui ha bisogno per una soddisfazione sostenibile. In sostanza, adesso sa che lavoro cercare.

Come lo ha capito?

È una lunga storia, c’è di mezzo la scena di un film. Ma per farla breve, in questi mesi ha iniziato a dare consigli ad alcune startup. Le interazioni lo hanno reso felice e si è sentito prezioso per le persone con cui stava lavorando. Ha scoperto che: «Mi manca investire negli altri. Mi manca guidarli nel loro percorso e ottenere più di quanto si rendessero conto di poter dare. Mi manca costruire una squadra che tenga profondamente a una missione e agli altri componenti del team. Ora so che qualunque cosa farò dopo, avrò bisogno di questo ingrediente».

Perché me lo stai raccontando?

Perché è in atto un fraintendimento sul “senso” del proprio lavoro. «La grande truffa delle generazioni millennial e Z è quella della vocazione» sentenzia El Pais. Capiamoci bene: «La ripercussione che la motivazione delle persone ha sul posto di lavoro è notevole» dice l’esperta Paula Arias. Ma forse dobbiamo intenderci su cosa sia la vocazione. Trovarla può richiedere un lungo e complesso giro. Forse cambierà nel corso del tempo. E molto probabilmente non sarà un “cosa” ma un “come”. Non sarà un’attività da svolgere ma le condizioni in cui ti verrà permesso di farla o più semplicemente la vita che quel lavoro ti permetterà di vivere.

Era necessario dimettersi per capirlo?

Secondo Brian sì. «Se ho imparato qualcosa, è che ci sono risposte che vale la pena trovare dall'altra parte della paura e dell'inerzia».

Ma c’è anche chi certe cose le capisce senza dimettersi

Christine Lorelie fa un lavoro che odia, si sente sottovalutata, guadagna meno di quanto vale, la cultura aziendale le fa schifo. Ma ci sono almeno 4 motivi per cui non si è unita alla Grande Dimissione.

  1. «Il mio lavoro è facile». Lo conosce e riesce ad assolvere i suoi compiti nella giornata lavorativa. Certo, le mancano le sfide, ma non è che uno può essere sfidato tutti i giorni.

  2. «Mi pagano più che a sufficienza»: ok chiariamoci, è pagata sotto il livello del suo settore, ma quei soldi le bastano per le spese mensili e per mettere da parte qualcosa. Più soldi non la renderebbero più felice. Perché prima, quando guadagnava di più, spendeva per cose sciocche di cui si sta liberando adesso su Craiglist o eBay.

  3. «Lavoro solo tre giorni a settimana» Gli altri quattro li trascorre in commissioni, hobby e… procrastinando. «In altre parole, ho un weekend di 4 giorni invece del tradizionale. Se non è un ottimo affare, non so cosa lo sia.»

  4. «Ho l'equilibrio tra lavoro e vita privata». Se vuole prendersi un giorno libero, il suo capo glielo permette. «Perché sa che l'azienda sopravviverà senza di me».

La sua vocazione è in questi quattro punti. E non ha niente a che fare con il lavoro, ma con la vita che il suo lavoro le permette di fare.

«Alcune persone rendono così facile dimettersi, ma a volte andarsene per ragioni non valide è di per sé un fallimento, un fallimento nell’apportare i cambiamenti necessari a una situazione».

Christine Lorelie

Questo articolo è tratto dal numero 21 del 30 aprile 2022 della newsletter “Voices”, una newsletter settimanale di Diagonal curata da Annalisa Monfreda. Ogni settimana racconta storie, voci, dati e approfondimenti per ispirarti lungo il percorso verso un’azienda inclusiva. Siamo infatti convinte che la diversità sia la più grande opportunità di innovazione che abbiamo, l’occasione di riscrivere le regole del lavoro, di ridisegnarne i riti, gli spazi, la cultura. Se desideri iscriverti clicca qui. Ti aspettiamo!

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