No, perseverare non è diabolico
La storia
Fred Keller, fondatore di Cascade Engineering, voleva dimostrare che un’azienda privata poteva contribuire a risolvere un enorme problema sociale come la povertà. Così avviò un programma per assumere persone disoccupate in una regione a basso reddito.
Funzionò?
No. Il tentativo fallì. Le persone assunte lasciarono il lavoro dopo poche settimane: non erano pronte a essere inserite in un contesto lavorativo regolare e Cascade non era in grado di metterle in condizioni di avere successo.
Keller ammise che la sua idea era sbagliata?
No. Per lui quel risultato erano semplicemente dati: «Il primo tentativo non aveva funzionato, quindi chiaramente c’erano cose da imparare prima di fare un altro passo», scrive su HBR James R. Detert. Keller fece così partire un progetto di formazione per i potenziali dipendenti.
Funzionò?
No, anche questo secondo tentativo fallì: i manager di Cascade non riuscivano proprio a capire cosa fare per aiutare questa tipologia di dipendente.
Keller rinunciò?
No, perseverò ancora. Decise che avevano bisogno di formazione sia lui sia tutti i suoi manager. Inoltre convinse lo stato del Michigan - per la prima volta nella storia - a collocare un assistente sociale pubblico dentro un'azienda privata.
Questa volta funzionò?
Sì, ma lentamente. «Con quegli aiuti in atto e una cultura di apprendimento continuo e costante, il programma trovò lentamente solide basi. I manager crearono nuovi processi che facilitassero l'interazione dipendente-assistente sociale senza essere troppo ingombranti, rifiutarono di piegarsi alle minacce dei dipendenti di andarsene e infine lasciarono andare quelli il cui atteggiamento intralciava la performance».
Perché mi racconti questa storia?
Perché mi sembra una narrazione insolita. «La perseveranza è una qualità trascurata nella nostra documentazione delle storie di successo» scrive Mary Juetten su Forbes. «Preferiamo lodare il genio e la creatività. E poiché ci piace pensare al genio senza sforzo, cancelliamo il lavoro e l'iterazione che era necessaria per arrivare a quel punto».
Come la mettiamo con il fail fast?
La Silicon Valley ha contagiato il mondo con il mantra del fail fast: fallisci velocemente. Che ha molto senso, certo. Le aziende non possono continuare a fare cose che non funzionano per troppo tempo. Ma è vero anche che «la maggior parte delle startup di successo ha attraversato molte esperienze di pre-morte e, il più delle volte, anni di lotte finanziarie prima di diventare un successo dall’oggi al domani», scrive qui Julien Brault, facendo l’esempio di Wattpad e altre.
Cosa possiamo imparare?
Che non bisogna fallire velocemente ma consapevolmente, come ha fatto Keller e come predica la mia socia Montserrat, esperta di fallimento. E se il problema che stai tentando di risolvere esiste davvero, persevera nel cercare una soluzione.
Questo articolo è tratto dal numero 27 del 18 giugno 2022 della newsletter “Voices”, una newsletter settimanale di Diagonal curata da Annalisa Monfreda. Ogni settimana racconta storie, voci, dati e approfondimenti per ispirarti lungo il percorso verso un’azienda inclusiva. Siamo infatti convinte che la diversità sia la più grande opportunità di innovazione che abbiamo, l’occasione di riscrivere le regole del lavoro, di ridisegnarne i riti, gli spazi, la cultura. Se desideri iscriverti clicca qui. Ti aspettiamo!